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Perché l’anemia
nell’insufficienza renale cronica?

Alessandro Balducci Direttore della U.O.C. di Nefrologia
dell’Azienda Ospedaliera San Giovanni Addolorata. Roma

 

 

Ferro per os (quali le incompatibilità?) O per vena? Quando?

In un paziente con insufficienza renale cronica non in dialisi, il ferro va di regola somministrato per via orale , così come nei pazienti in dialisi peritoneale. Il problema principale è rappresentato dalla tollerabilità gastrointestinale; in caso negativo, si deve passare alla via endovenosa lenta (infusione in 30 minuti), che però comporta il rischio di reazioni tossiche o allergiche in relazione al composto utilizzato ed alle sue caratteristiche (peso molecolare, legame, etc.).
Nei pazienti in dialisi la somministrazione di una fiala di ferrigluconato sodico a fine seduta è ben tollerata: essa va calibrata in relazione ai valori dell’emocromo e dei parametri dianzi citati (ferritina, TSAT%).
Quando si è raggiunta una condizione di equilibrio, o “steady-state”, una fiala a settimana di ferro costituisce la dose di mantenimento abituale negli emodializzati. Nei pazienti con trattamento conservativo, una volta ottenuti i valori desiderati, il trattamento può anche essere sospeso, monitorando la situazione con dei prelievi ematici tri/quadrimestrali.

Quale e quanta EPO?

Il grande progresso della ingegneria genetica ha reso la terapia con EPO un evento pressocchè routinario. Tutte le formulazioni in commercio sono sicure e prossimamente uscirà anche il primo biosimilare alla EPO alfa.
Anche questa materia molto “scottante” potrà rappresentare un problema solo in caso di provenienze incerte o di dubbia qualità; ma, se i produttori saranno sempre le grandi multinazionali, i rischi saranno ridottissimi o inesistenti.
Oggi abbiamo a disposizione EPO di differente durata: alfa, beta, darbopoietina, C.E.R.A.
Il dibattito su quale usare è infinito: quelle a bassa durata di azione possono in realtà essere somministrate anche mono-settimanalmente, o addirittura, in certi casi, ogni 15 giorni. Le formulazioni a lunga durata arrivano, per ora, fino ad una frequenza mensile, consentendo una soddisfacente maneggevolezza in caso di sospensione per raggiungimento di livelli troppo elevati di emoglobina.
Va da sé che, in un paziente ambulatoriale con IRC, si potrebbe preferire una EPO a più lunga durata di azione, tenuto anche conto della maggiore stabilità dei livelli di emoglobina, che invece sono molto fluttuanti nei dializzati, a causa del diverso grado di idratazione nell’intervallo tra una seduta dialitica e l’altra. In questi ultimi, l’impiego di una EPO “short acting” può essere indicato almeno nei primi tempi dall’inizio della terapia extracorporea, fino a trovare un corretto aggiustamento posologico.
Non si deve però mai dimenticare che svariate condizioni morbose intercorrenti (febbre, disidratazione, emorragie, malnutrizione, iperparatiroidismo, fibrosi midollare, deficit di folati, condizioni infiammatori croniche) vanno ad alterare l’equilibrio raggiunto ed in questi casi la strategia terapeutica muta radicalmente.

Quanta EPO?

Le linee guida americane, europee, italiane concordano al momento su un “range” tra 11 e 12 g/dl di Emoglobina come valore “bersaglio” sia in dialisi sia in predialisi, negli stadi 3, 4, 5. L’intervallo di valori è tuttavia molto stretto soprattutto nei dializzati: pertanto in questi pazienti è opportuno eseguire l’emocromo 1-2 volte al mese per poter intervenire tempestivamente in caso di significative variazioni verso l’alto o il basso. Come già detto, mediamente, in terapia conservativa controlli ogni 2-3-4 mesi sono sufficienti.

Quali sono i rischi dell’EPO e del Ferro?

Al di là delle reazioni acute o ritardate, rare se si utilizza il ferrigluconato, il pericolo maggiore è legato all’accumulo di ferro nei macrofagi del sistema reticolo-endoteliale, evento frequente nell’era pre-EPO delle trasfusioni ripetute. Oggi si tratta di quadri eccezionali, se si è attenti a rimanere negli intervalli di valori suggeriti dalle linee guida, come detto in precedenza. Per l’EPO un grave rischio è stato quello della aplasia della serie rossa anticorpo-mediata (PRCA), dovuta all’EPOalfa impiegata sottocute. Si è scoperto che ne era causa il rilascio di composti organici da parte del polisorbato contenuto nei tappi di gomma delle siringhe pre-riempite. Modificato il rivestimento di questi tappi, e facendo ricorso alla somministrazione di EPOalfa solo per via endovenosa, la frequenza della PRCA è diminuita drasticamente.
Oggi come venti anni fa, all’inizio dell’era eritropoietinica, i problemi connessi al suo impiego riguardano l’apparato cardiovascolare. Un aumento eccessivo dell’emoglobina e dell’ematocrito determina una iperviscosità ematica con possibili episodi di ischemia ed infarto multipli, trombosi diffuse (ivi compresa quella dell’accesso vascolare), accidenti vascolari cerebrali. Tutto ciò può essere evitato con i controlli frequenti dell’emocromo (di cui si è già parlato) ed un prudente aggiustamento della posologia, in modo da rimanere quanto più vicini possibili ai “range” stabiliti dalle linee guida (11-12 g/dl di emoglobina, 33-36% di ematocrito).
Mentre è indubbio che la mortalità cardiovascolare cresce per valori di Hb inferiori ai 9-10 g/dl sia in dialisi sia in terapia conservativa, molto meno chiaro è il rischio rappresentato da questo punto di vista quando si “ipercorregge” l’anemia. Due studi comparsi a fine 2006 hanno lanciato un campanello di allarme, importante anche in pazienti classificati allo stadio 3 e 4 di insufficienza renale cronica (GFR tra 15 e 59 ml/minuto).
Al di là delle critiche metodologiche ad essi mosse, la cautela si impone, e solo le osservazioni dei prossimi anni ci diranno se dobbiamo restare negli ambiti internazionalmente stabiliti o tentare quella “normalizzazione” dell’emoglobinemia che era sembrata a portata di mano pochissimi anni orsono.

Quali sviluppi si prevedono in questo trattamento?

Sicuramente compariranno farmaci sempre più maneggevoli, efficaci e meno costosi anche grazie al ricorso ai biosimilari.
Le reazioni avverse sono ormai rarissime, la tollerabilità ottima e l’aumento della durata di somministrazione potrà assicurare livelli soddisfacenti di mantenimento del farmaco nei pazienti.
Il vantaggio principale è stato il notevolissimo miglioramento della qualità della vita rispetto all’epoca delle trasfusioni.
La vera sfida si giocherà sul terreno del rischio cardiovascolare. Due sono le risposte che attendiamo dalla ricerca: se la correzione dell’anemia riduce la progressione del danno renale e se riduce anche in modo significativo la mortalità cardiovascolare, tenuto conto che proprio l’anemia è forse il più importante moltiplicatore del rischio cardiovascolare medesimo, prima causa di morte nei pazienti nefropatici.

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