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Una corretta terapia nutrizionale costituisce, nelle patologie metaboliche
come diabete e obesità, il trattamento di prima scelta. Nei vari
stadi dell’insufficienza renale cronica, secondo la ormai universalmente
accettata classificazione NKF (National Kidney Foundation),
la dieta ipoproteica è tutt’oggi il pilastro fondamentale della
terapia conservativa, definita oggi come “dietetica
e farmacologica”.
| Stadi del danno renale cronico | descrizione | filtrato glomerulare |
| I | danno renale con funzione normale o aumentata | > 90 ml/min |
| II | danno renale con compromissione funzionale lieve | 60 – 89 ml/min |
| III | danno renale con compromissione funzionale moderata | 30 - 59 ml/min |
| IV | danno renale con compromissione funzionale grave | 15 – 29 ml/min |
| V | insufficienza renale “terminale” | < 15 ml/min |
Oltre dieci anni fa iniziò negli Stati Uniti lo studio MDRD ( the
Modification of Diet in Renal Disease study) con lo scopo di valutare se
la dieta ipoproteica era in grado di rallentare la progressione del danno
renale nelle nefropatie croniche (1). Le analisi successive dei dati raccolti
non hanno chiaramente dimostrato questo effetto. Tuttavia, tre elementi
sono emersi. Il primo concerne la difficoltà di
ottenere una adeguata “compliance” alle prescrizioni dietetiche
negli U.S.A. Il secondo, di particolare rilievo, riguarda
i pazienti con funzione renale più gravemente compromessa (stadio
IV°-V° della classificazione NKF). Questi pazienti, che seguivano
una dieta fortemente ipoproteica, supplementata con una miscela di Aminoacidi
Essenziali e Chetoanaloghi, potevano ritardare l’end point, rappresentato
dalla necessità di iniziare la terapia dialitica, di un periodo di
tempo superiore ad un anno. Questo in assenza di molti dei sintomi caratteristici
dello stato uremico. Terzo punto, le diete anche più
severe, non provocavano malnutrizione se l’apporto calorico era elevato
(2, 3). Questa tende invece a presentarsi nei pazienti con IRC lasciati
a dieta libera, per il semplice motivo che questi pazienti, spontaneamente,
riducono l’apporto di nutrienti (4, 5).
Alla domanda sul motivo per cui sia necessario prescrivere una razionale
terapia nutrizionale nei pazienti con insufficienza renale cronica si può
rispondere con il seguente diagramma, in perfetto accordo con quanto affermato
da M. Walser non molti anni fa (6) :
L’esperienza della Scuola Pisana nella terapia nutrizionale dell’insufficienza
renale cronica è iniziata negli anni ’60, con la dieta ipoproteica
Giovanetti-Maggiore (7). Stava iniziando allora l’era della dialisi,
ma questa non era ancora disponibile per tutti. La dieta aveva come scopo
l’attenuazione dei sintomi dovuti all’accumulo nel sangue
di cataboliti azotati derivanti dalle proteine introdotte con l’alimentazione,
in particolare quelle a basso valore biologico del pane e della pasta. Questa
dieta divenne immediatamente un cardine della Nefrologia Internazionale,
ed è tutt’oggi nota in tutto il mondo come “Giovannetti’s
Diet”. La dieta Giovanetti introduceva tre principi fondamentali,
ancor oggi validi, nella nutrizione dei pazienti con IRC.
1. l’apporto calorico deve essere elevato (superiore
a 30 Kcal/Kg/die)
2. la sostituzione del pane e pasta normali con analoghi artificiali
a base di amidi di varia origine, totalmente privi di glutine (il
pane e la pasta aproteici).
3. la limitazione dell’apporto giornaliero di proteine animali
ad alto valore biologico (0.6 o 0.3 g/Kg/die) al minimo indispensabile,
a seconda della gravità della riduzione funzionale renale, per garantire
un bilancio azotato in equilibrio.
Dopo un primo, enorme successo, l’espansione della terapia dialitica
ne limitò fortemente l’uso, che rimase limitato ai pochi Centri
che erano convinti della sostanziale validità della dieta ipoproteica.
Molti pazienti con insufficienza renale cronica, provenienti da tutt’Italia,
continuarono a venire a Pisa, rivolgendosi al Prof. Giovannetti e ai suoi
allievi perché fosse loro prescritta la dieta ipoproteica.
Intorno agli anni ’80 la dieta Giovannetti subì una modifica
importantissima, consistente nel selezionare le proteine animali da introdurre
fra quelle a più basso contenuto in fosforo, eliminando
uova (tuorlo) e latticini (8, 9). La Dieta con 0.3 g di proteine divenne
completamente vegetariana, e in sostituzione delle proteine animali fu utilizzata
una miscela di aminoacidi essenziali (AAE) e chetoanaloghi (KA)
in compresse (Alfa-Kappa o Ketosteril) (10). La dieta ipoproteica
ipofosforica è stata utilizzata ampiamente nei pazienti
con IRC stadio II°-III° della classificazione della NKF, mentre
la dieta fortemente ipoproteica e ipofosforica supplementata con
AAE e KA era riservata a pazienti con una IRC più grave
(stadio IV°-V° della classificazione della NKF). All’inizio
degli anni ’90 fu prospettato l’impiego, nei pazienti con IRC
stadio II°-III°, di una dieta completamente vegetariana,
ipoproteica (0.6-0.7 g/kg/die) ed ipofosforica, che sfrutta il
principio della “complementarità delle proteine vegetali”
ottenibile miscelando le proteine dei cereali e quelle dei legumi in
precise e definite quantità giornaliere. Si tratta di una
dieta più facile da preparare, perché non necessita di alimenti
“artificiali” (pane e pasta sono normali e non aproteici) e
quindi utilissima per quei pazienti che trovano difficoltà ad assumere
gli alimenti aproteici. Inoltre, cosa non da poco conto, risulta assai più
economica. Dal punto di vista dei risultati, questa dieta vegetariana può
essere considerata un’alternativa valida alla dieta ipoproteica ed
ipofosforica.(9, 11).