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Oggi il trapianto renale rappresenta la terapia di elezione per la maggior parte dei pazienti affetti da insufficienza renale avanzata. Infatti, rispetto alla dialisi, il trapianto renale offre non solo una attesa di vita più prolungata una volta superato il periodo post-operatorio, ma anche una migliore qualità di vita ed una più completa riabilitazione sociale. I risultati sempre migliori del trapianto renale hanno consentito di ampliarne notevolmente le indicazioni. Fino ad un recente passato pazienti di età superiore a 50 anni, bambini piccoli, pazienti con patologie extra-renali quali diabete, malattie cardiovascolari ed altre patologie venivano considerati ad alto rischio di gravi complicazioni ed erano esclusi dalla lista di idoneità. Oggi le controindicazioni al trapianto sono molto più rare e riguardano soprattutto tumori maligni, gravi infezioni in atto e/o condizioni generali defedate.
L’allargamento dei criteri di inclusione ha aperto la possibilità
del trapianto ad un numero straordinariamente elevato di pazienti già
in dialisi o prossimi alla dialisi. D’altra parte, le opportune misure
cautelative prese dai governi occidentali (ad es. obbligo di casco per chi
usa motocicli, obbligo di cinture per chi usa autovetture) ha notevolmente
ridotto il numero di morti cerebrali causate da traumi cranici. Come conseguenza
si ha un progressivo divario tra richiesta di reni e trapianti effettuati.
Per attenuare questo divario, negli ultimi anni è stato accettato
un numero sempre maggiore di reni “marginali”, al limite dei
criteri di accettazione. Così sono stati considerati come donatori
idonei soggetti anziani deceduti per emorragia o trombosi cerebrale, soggetti
affetti da ipertensione arteriosa o diabete o malattie renali iniziali,
soggetti con valori di funzione renale inferiori ai limiti di normalità.
In molti paesi occidentali si utilizzano anche i reni di pazienti deceduti
con cuore fermo. I risultati di trapianti con reni marginali o da donatori
a cuore fermo sono complessivamente discreti, anche se inferiori a quelli
ottenuti con reni di soggetti giovani, deceduti per trauma cranico.
Tuttavia, l’ampliamento dei criteri di accettazione per un donatore
cadavere non ha attenuato il divario tra richiesta e offerta. In tutte le
nazioni si sta assistendo ad un progressivo aumento dei pazienti in lista
d’attesa . Negli USA nel 2004 erano in lista d’attesa 80.000
pazienti in dialisi , 4.000 in più rispetto all’anno precedente.
In Italia, al Centro Nazionale Trapianti, che riporta un numero di 1657
trapianti renali tra l’1-1 ed il 30-11-2006, al settembre 2006 risultavano
in lista attiva 6.397 pazienti in dialisi. Questo dato desta un certo stupore
perché i pazienti in dialisi sono oltre 40.000. E’ ben vero
che molti pazienti in dialisi sono anziani “fragili”, con pesanti
morbilità che controindicano un trapianto, ma a chi scrive sembra
francamente difficile immaginare che solo il 16% dei pazienti italiani in
dialisi sia idoneo ad un trapianto renale. E’ più realistico
pensare che molti nefrologi e loro pazienti non siano informati dei risultati
che si possono ottenere con un trapianto renale riuscito.
Comunque, considerando che ogni anno circa 9.000 nuovi pazienti giungono
alla dialisi, i tempi di attesa (poco più di 3 anni per chi riceve
il trapianto, ma molti pazienti sono in attesa da tempi più lunghi)
rischiano di dilatarsi ulteriormente.
Quindi una prima ragione per sostenere il trapianto da vivente è
quella di consentire il trapianto renale ad un numero maggiore di persone
e di accorciare i tempi di attesa. Esistono però altri importanti
vantaggi.
Secondo i dati dellUnited Network of Organ Sharing che raccoglie i dati
di tutti i trapianto d’organo eseguiti negli Stati Uniti, se il donatore
vivente è un fratello HLA-identico al ricevente la sopravvivenza
renale a 10 anni è del 40% superiore a quella del trapianto da cadavere;
con donatori geneticamente non correlati, ad es. tra coniugi, la
sopravvivenza renale a 10 anni è superiore del 20% rispetto al trapianto
da cadavere.
In parte , le migliori probabilità di successo col trapianto da vivente
sono dovute al fatto che il rene del donatore vivente ha una funzione normale
e non presenta anomalie importanti, mentre il rene da donatore cadavere
ha spesso una funzione ridotta al di sotto della norma e può essere
danneggiato dalla stessa causa (ipertensione, aterosclerosi, diabete etc)
che ha prodotto un’emorragia o una trombosi cerebrale. Ne consegue
che non solo la sopravvivenza del trapianto, ma anche la sua funzione saranno
migliori . Poiché il potenziale donatore è studiato accuratamente,
il rischio di trasmissione al ricevente di infezioni o tumori è praticamente
azzerato .Inoltre, nel trapianto da cadavere i reni soffrono spesso delle
gravi ipotensioni che si verificano prima della morte cerebrale e degli
effetti dei farmaci vasocostrittori, nevessari per mantenere una pressione
sufficiente alla circolazione generale e renale durante la morte cerebrale.
Ciò non avviene ovviamente in caso di donazione da vivente. Infine,
va ricordato che il donatore cadavere offre diversi organi vitali (cuore,
fegato, spesso anche pancreas e polmoni). In caso di donatori multiorgano
i reni sono gli ultimi organi ad essere prelevati, e così si aggrava
la loro potenziale sofferenza. Anche i tempi di ischemia fredda, dopo che
i reni sono stati prelevati, perfusi e raffreddati, possono essere lunghi
(36 ore o più) se i reni vengono prelevati in un ospedale di una
regione lontana da quella del ricevente. Tutti questi problemi sono assenti
nel caso di trapianto da vivente .