Ho 61 anni e circa sei mesi fa, a gennaio 2025, ho donato il mio rene sinistro a mio fratello,  settantenne, affetto da malattia del rene policistico bilaterale e, al momento dell’espianto, in dialisi da circa 6 mesi.

Donare, per me, è stato naturale. Nulla di straordinario come veniva percepito dagli altri :“Ma non hai paura?”, “Sei un’eroina”, “Complimenti!”, “Ma tuo marito cosa dice?”. Non avevo paura, non avevo superpoteri, i complimenti mi imbarazzavano e mio marito non diceva null’altro se non “Fai quello che vuoi. Ti capisco. Lo farei anche io per mio fratello”.

Ma neanche nulla di scontato, perché il mio medico, che stimo molto, era perplesso e tutt’altro che incoraggiante :“Ma non può mettersi in lista d’attesa?”, “Ma sei sicura?”, “Non è che domani in dialisi ci finisci tu?!”. Eppure io la sentivo come una scelta normale, logica, inevitabile perché il ricevente sarebbe stato mio fratello. Diversissimo da me per carattere e visione del mondo, ma pur sempre fratello mio e figlio dei miei genitori. C’era un problema in famiglia ed era necessario rimboccarsi le maniche. Tutto qua.

Mi sentivo tranquilla perché avevo trovato su Internet informazioni rassicuranti e, addirittura, protetta,  dopo il primo colloquio con i medici dell’Ospedale di Padova, in cui mi avevano garantito che avrebbero proceduto all’espianto solo se ci fossero state tutte le condizioni favorevoli. Perché io non ero la malata in stato di necessità, ma ero sana e avevo il diritto di continuare a vivere da sana. E c’erano loro lì, a difendere questo mio diritto. C’era persino un giudice a tutelare la mia libertà di ripensarci e dire no fino all’ultimo istante.

La sera prima del ricovero ero un po’ in ansia, ma poi mi sono subito resa conto di essere al sicuro, nel posto giusto. Tra medici competenti, esperti, efficienti ed infermieri cortesi e pazienti. Persone a cui potersi affidare con serenità, una realtà in cui non si può non riconciliarsi con il mondo della Sanità e tornare a guardare alla figura del Medico (la prof.ssa Lucrezia Furlan, la dott.ssa Marianna Di Bello e tutti gli altri dell’équipe) con meraviglia, rispetto e stima.

Tutto è andato bene, dopo 3 giorni dall’intervento sono stata dimessa e dopo 15 giorni di convalescenza sono tornata a lavorare. Oggi mio fratello è rinato e io conduco la stessa vita di prima. L’unica novità è che una volta all’anno dovrò fare dei controlli presso l’Ospedale di Padova. Per il resto, è tutto normale e all’espianto non penso quasi mai.

Se potessi tornare indietro, rifarei tutto ciò che ho fatto. Perché l’ho fatto non soltanto per mio fratello ma anche, e forse soprattutto, paradossalmente, per me stessa. Perché avrei vissuto con terribili sensi di colpa se gli fosse capitato qualcosa di brutto durante l’attesa del trapianto o se l’organo ricevuto non avesse funzionato o fosse stato rigettato. Meglio vivere con un solo rene che con rimorsi e sensi di colpa. Certo la mia scelta è stata facilitata dalle mie esperienze: un padre medico stimato e adorato, a cui avevo promesso che un giorno, se ce ne fosse stata la necessità, sarei stata disponibile alla donazione per mio fratello; un carcinoma che ha cambiato profondamente, e in meglio, il mio modo di vedere la vita; l’assenza di figli; un marito sensibile e discreto che ha la mia stessa visione della vita e del mondo.
Ma ognuno ha la sua storia, per cui non me la sento di convincere nessuno a donare . Posso solo consigliare di affidarsi ad un centro che abbia un’alta casistica di trapianti come, per esempio, l’Ospedale di Padova e, a quel punto, di non avere paura. Affidarsi ad un centro specializzato con professionisti esperti significa fare il possibile affinché tutto vada per il meglio. Per il resto, la vita è imprevedibile, con o senza trapianti, con uno o due reni, per cui va vissuta giorno per giorno, senza troppi programmi a lungo termine.
Buona vita a tutti i trapiantati e ai loro donatori !

Maria Cristina Cristini